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La storia magica di Frederic Van Rensselaer Dey


180px-Dey_frederick1La Storia Magica

Parte 1: Come la Storia Magica fu ritrovata
Parte 2: La vera “Storia Magica”

Come la Storia Magica fu ritrovata….

Ero seduto da solo dentro un bar ed avevo appena raccolto dello zucchero per porlo dentro il
mio caffè. All’esterno, il tempo era spaventevole. Neve e grandine turbinavano giù ed il vento
fischiava spaventosamente. Ogni volta che la porta esterna si apriva, una quantità di aria sgradita
penetrava gli angoli all’estremità della stanza. Ancora stavo comodo.
Neve e nevischio e vento non mi recavano niente più che un sommario ringraziamento per il fatto
che ero dove non potessero arrivarmi. Mentre sognavo e sorseggiavo il mio caffè, la porta si aprì e
si richiuse, facendo entrare Sturtevant. Sturtevant era un innegabile fallimento, ma, al tempo
stesso, un artista di notevole talento. Era caduto, tuttavia, nella carreggiata percorsa dai derelitti, coi
vestiti logori e debitore insolvente.
Come alzai i miei occhi a Sturtevant ebbi una piacevole sorpresa nel notare il cambiamento del suo
aspetto. Tuttavia non era vestito diversamente. Aveva indosso lo stesso cappotto logoro con cui
sempre si presentava e lo stesso vecchio cappello marrone. Purtuttavia c’era qualcosa di nuovo e
strano nel suo aspetto. Quando si levò il cappello per scuoterlo dalla quantità di neve depositata dal
vento di nord−ovest, notai che c’era qualcosa di inatteso nei suoi gesti.


Non riuscivo a ricordare l’ultima volta che avevo avuto Sturtevant come commensale, ma
involontariamente gli feci segno di accomodarsi. Egli assentì col capo ed si mise a sedere di fronte
a me. Gli chiesi cosa desiderasse ed egli, dopo avere scandito il menu con noncuranza, ordinò
tranquillamente da esso invitandomi ad unirmi a lui in un caffè per due.
Lo guardai con stupita meraviglia ma, poiché avevo il dovere dell’ospitalità, mi preparavo a pagare,
benché sapessi di non avere soldi a sufficienza per saldare il conto. Intanto notavo con meraviglia
crescente la luminosità dei suoi occhi solitamente spenti e il colorito salubre e fiducioso sulla sua
guancia.
“Hai perso uno zio ricco?” gli chiesi. “No”, mi rispose con calma, “ma ho trovato la mia mascotte”.
“Un pezzato, toro o terrier?” gli domandai. “Currier”, disse Sturtevant, dilungandosi con una pausa
con la sua tazza di caffè a metà strada dalle sue labbra, “vedo che ti ho sorpreso. Non è strano,
perchè sorprendo pure me stesso. Sono un uomo nuovo, un uomo diverso, e il cambiamento ha
avuto luogo nelle ultime ore.
Mi hai visto venire in questo posto “in bolletta” molte volte, mentre ti allontanavi, così da farmi
intendere che non mi avevi notato. So perché ti comportavi così. Non perché non desiderassi
pagarmi una cena, ma perché non avevi il denaro per farlo. E’ questo il tuo conto? Permettimi di
prenderlo. Grazie. Non ho alcun denaro con me stanotte, ma… bene, questa è la mia festa”.
Chiamò il cameriere e, con un inimitabile gesto plateale, firmò sul retro dei due scontrini e gli fece
cenno di andarsene.
Rimase silenzioso per un momento mentre mi guardava negli occhi, sorridendo allo stupore che
invano mi sforzavo di dissimulare. “Conosci un artista che abbia maggiore talento di me?” mi chiese
ad un tratto. “No. Conosci per caso qualcosa che non riuscirei a realizzare nel campo della mia
professione, se mi ci applicassi? No. Tu sei stato un reporter per vari quotidiani, per quanto? Sette
o otto anni. Ricordi quando mai ho avuto un credito prima di stasera? No. Ho ricevuto un rifiuto
adesso? Lo hai visto coi tuoi occhi. Domani inizia la mia nuova carriera. Entro un mese avrò un
conto bancario. Perché? Perché ho scoperto il segreto del successo”. “Sì”, continuò, mentre restavo
a bocca aperta, “ho fatto la mia fortuna. Ho letto una storia strana, e da quando l’ho letta, sento che
la mia fortuna è assicurata. Farà anche la tua fortuna, certo. Tutto ciò che devi fare è leggerla. Non
hai idea di cosa può fare per te. Niente è impossibile dopo aver appreso quella storia. Rende tutto
così chiaro come l’ABC. Nello stesso istante in cui ne afferri il vero significato, il successo è certo.
Questa mattina ero un sacco di spazzatura senza speranza e senza meta nella cenere
metropolitana; stanotte non cambierei la mia posizione con un milionario. Sembra sciocco, ma è
vero. Il milionario ha esaurito il suo entusiasmo; il mio è tutto a disposizione”.
“Mi stupisci”, gli dissi, chiedendomi se aveva bevuto liquore di assenzio.
“Mi racconti la storia? Vorrei sentirla”.
“Certamente. Vorrei dirla al mondo intero. È davvero sorprendente che sia stato stato scritto e
rimasto in stampa per così lungo tempo, che nessuno abbia potuto apprezzarlo finora. Questa
mattina ero affamato. Non avevo alcun credito né un posto dove ottenere un pasto. Stavo riflettendo
seriamente sul suicidio.
Me ne era andato con tre fogli su cui avevo tracciato alcuni schizzi e mi era stato restituito tutto
quello che avevo sottoposto. Dovevo scegliere velocemente tra morire per suicidio e morire
lentamente per inedia. Poi ho trovato la storia e l’ho letta. È difficile immaginarti la mia
trasformazione. Perché, mio caro ragazzo, tutto è cambiato all’improvviso, ed arrivo a adesso”.
“Ma qual è la storia, Sturtevant?”
“Aspetta; permettimi di finire. Ho portato quei vecchi disegni ad un altro editore e sono stati tutti
accettati immediatamente”. “La storia può fare ad altri ciò che ha fatto a te?” chiesi. “Ad esempio,
potrebbe essere di aiuto a me?” domandai. “Aiutare te? Perché no? Ascolta e te la racconterò,
benché in realtà, si deve leggerla. Tuttavia te la dirò come meglio sono capace. È circa così: vedi,
…” Il cameriere ci interruppe in quel momento. Informò Sturtevant che era desiderato al telefono e
con una parola di scusa, l’artista lasciò la tavola.
Cinque minuti più tardi lo vidi precipitarsi fuori sotto la grandine e il vento, e scomparire. A memoria
dei frequentatori di quel bar, Sturtevant non era stato mai chiamato per una telefonata. Quella, di
per se stessa, era prova del cambiamento sostanziale nella sua condizione.
***
Una sera, per strada, incontrai Avery, un vecchio compagno di scuola al collegio, poi cronista per
uno dei giornali serali. Era circa un mese dopo il mio memorabile colloquio con Sturtevant che, a
quel tempo, era stato quasi dimenticato.
“Salve, vecchio mio,” mi disse; “dove stai al mondo? Hai ancora il tuo spazio?” “Si”, risposi
amaramente “con prospettive di essere in città, fra breve. Ma mi sembra che a te le cose stiano
andando per il verso giusto. Raccontami tutto su questo”.
“Le cose stanno andando nel modo giusto ed è del tutto staordinario, quando ne saprai il motivo. Tu
conosci Sturtevant, vero? È tutto merito suo. Ero a terra senza alcuna fortuna, pensando all’obitorio
e simili, cercandoti in effetti, con l’idea che mi avresti prestato abbastanza per pagare l’affitto della
mia stanza, quando ho incontrato Sturtevant. Lui mi ha raccontato una storia e, davvero, vecchio
mio, è la storia più staordinaria che abbia mai sentito; mi ha reso un uomo nuovo. Entro
ventiquattr’ore stavo sulle mie gambe e da allora quasi non ho più avuto alcuna preoccupazione o
altra difficoltà”.
La dichiarazione di Avery, emessa con calma e con l’aria di uno che aveva solo dichiarato un
assioma, richiamò alla mia mente la conversazione con Sturtevant nel bar quella notte tempestosa,
quasi un mese prima. “Deve essere una storia straordinaria”, dissi, incredulo. “Sturtevant me ne
aveva fatto menzione una volta. Non l’ho più visto da allora. Dov’è adesso?” “E’ stato a fare l’inviato
di guerra a Cuba, per duecento sacchi la settimana; è appena ritornato. È un fatto che tutti coloro
che hanno ascoltato la storia ne hanno poi ricevuto benefici. Ci sono i miei amici Cosgrove e
Phillips, che tu non conosci. Uno è agente immobiliare; l’altro un agente di cambio: Sturtevant ha
raccontato loro la storia ed essi hanno sperimentato i miei stessi risultati; e non sono gli unici.”
“Conosci la storia ?” gli chiesi. “Proverai il suo effetto su di me?” “Certamente; con il piacere più
grande del mondo. Vorrei vederla stampata in caratteri cubitali ed inviata a tutte le stazioni
sopraelevate di New York. Farebbe certamente molto bene, ed è così semplice come l’ABC: come
vivere in una fattoria. Mi scuseresti un minuto? Vedo Danforth laggiù. Torno in un attimo, vecchio
mio”. A dire il vero ero affamato. Le mie tasche in quel momento contenevano esattamente cinque
centesimi; appena quanto basta per pagare la mia tariffa per la città, ma insufficiente per sopportare
pure la spesa di riempire lo stomaco.
C’era un furgone “Gufo della notte” nelle vicinanze, il cui approvvigionatore di quelle squisitezze
notturne mi aveva sovente “rimesso in piedi”, ed a lui mi sono rivolto. Stava lasciando il furgone
mentre io ero sul punto di entrarvi, e ci siamo incrociati. “Sono di nuovo in bolletta”, gli dissi con
estrema cordialità. “Dovrebbe avere fiducia in me ancora una volta. Un po’ di prosciutto e uova,
credo, mi basterebbero al momento”. Quegli sputò, esitando un momento ma poi fece rientro sul
furgone insieme a me. “Il sig. Currier, accordagli qualsiasi cosa ordini” disse all’incaricato; “è uno
dei miei vecchi clienti. Questo è il sig. Bryan, sig. Currier. Si prenderà adesso buona cura di lei, e vi
“rimetterà in piedi”, esattamente come farei io. Fatto sta, che ho venduto. Ho appena girato la
provvigione a Bryan. Ad ogni modo, il sig. Sturtevant non è forse vostro amico?” Io annuii.
Non sarei riuscito a parlare se avessi provato. “Bene”, continuò l’ex−”gufo della notte”, “è venuto qui
una notte, circa un mese fa e mi ha raccontato la storia più meravigliosa che abbia mai sentito. Ho
appena comprato un posto in Eighth Avenue, dove sto andando a dirigere un vero ristorante vicino
alla 23a strada. Venga a trovarmi”. Era fuori dal furgone e la porta scorrevole si chiuse di schianto
prima che la potessi fermare; cosicché mangiai il mio prosciutto e le mie uova in silenzio e decisi
che avrei sentito quella storia prima di dormire. Infatti, iniziavo a considerarla con superstizione.
Se aveva fatto tante fortune, sicuramente sarebbe stata capace di fare la mia. La certezza che la
storia meravigliosa – iniziai a coinsiderarla come magica – era nell’aria, mi dominava. Appena iniziai
la strada verso casa, toccando l’unico nichel nella mia tasca e contemplando la certezza di
passeggiare nel centro di mattina, sperimentai la sensazione di qualcosa furtivamente mi seguiva,
come se il Fato stesse camminando dietro di me, senza mai sorpassarmi, ed ero cosciente di
essere dominato dalla storia.
Quando raggiunsi Union Square, esaminai la mia rubrica per la casa di Sturtevant. Non era più
registrato là. Quindi ricordai il bar a University Place e, benché l’ora fosse tarda, mi venne in mente
che potesse ancora essere lì. Ed era così! Lo vidi in un angolo remoto della stanza, circondato da
un gruppo di conoscenti. Lui mi vide nello stesso istante e mi fece segno di unirmi a loro a tavola.
Non c’era possibilità di sentire la storia, tuttavia. Erano una mezza dozzina intorno alla tavola ed io
ero il più lontano da Sturtevant. Ma tenni i miei occhi su lui e aspettai la propria occasione, deciso
che, quando si fosse alzato per partire, sarei andato con lui.
Un silenzio suggestivo, di timore rispettoso, era caduto sulla riunione quando presi il mio posto a
sedere. Tutti sembravano pensare e l’attenzione di tutti era fissa su Sturtevant. La ragione era
evidente. Aveva raccontato la storia. Ero entrato nel bar di poco troppo tardi per sentirla. Alla mia
destra, dove stavo seduto, c’era un medico; alla mia sinistra un avvocato. Di fronte a me sull’altro
lato vi era un romanziere del quale avevo qualche conoscenza. Gli altri erano artisti e uomini di
giornale.
“Che peccato, sig. Currier”, osservò il medico; “avrebbe dovuto venire un po’ prima, Sturtevant ci ha
raccontato una storia; è veramente bellissima, davvero. Dico, Sturtevant, non racconterà quella
storia di nuovo, a vantaggio del sig. Currier?” “Ebbene sì. Ritengo che Currier non sia riuscito, in
qualche modo, a sentire la storia magica, benché di fatto, penso che sia stato il primo a cui ne ho
fatta menzione. Era qui, in questo bar, su questo stesso tavolo.
Si ricorda che notte selvaggia era, Currier? Non sono stato chiamato al telefono o qualcosa di
simile? Certo! Ricordo, ora; interrotto proprio sul punto in cui stavo per iniziare la storia. Dopo di ciò
l’ho raccontata a tre o quattro compagni ed essi ‘sono rinvigoriti’, come era successo a me. Sembra
incredibile che una semplice storia possa avere un tale effetto benefico sul successo di così tante
persone impegnate nelle più svariate professioni, ma questo è ciò che ha fatto. È un tipo rimedio
che non fallisce mai, come una miscela di tosse capace di curare tutto, da un raffreddore di testa
alla tubercolosi galoppante. C’era Parsons, ad esempio. E’ un agente di cambio, sapete, e si era
trovato sul lato sbagliato del mercato per un mese. Aveva perso del tutto il controllo della situazione
ed era sull’orlo del fallimento. Mi è capitato di incontrarlo nel momento in cui si sentiva peggio e
prima di dividerci, qualcosa mi ha portato sull’argomento della storia e gliel’ho narrato. Ha avuto su
di lui lo stesso effetto che aveva avuto su di me e su tutti quelli che l’hanno sentita, per quanto ne so.
Io credo che tutti voi concorderete con me, che non è la storia in sé che opera l’operazione
chirurgica sulle menti di coloro che la conoscono; è il modo in cui è narrata, stampata, voglio dire.
L’autore produce, in qualche modo, un effetto psicologico che è indescrivibile. Il lettore è
ipnotizzato, ne riceve un beneficio mentale e morale.
Forse il medico vi può dare qualche spiegazione scientifica dell’influenza esercitata dalla storia. E’
una sorta di elisir prodotto al di là delle parole, eh?” Da questo la comitiva s’inoltrò in una
discussione generale teorica. Di quando in quando vennero fatti alcuni riferimenti alla storia stessa
e furono appena sufficienti a stuzzicarmi, essendo l’unico presente che non l’aveva ascoltata.
Dopo un poco, lasciai la mia sedia e passando intorno al tavolo, afferrai Sturtevant per un braccio,
riuscendo a farlo allontanare dalla riunione. “Se hai un qualche riguardo verso un vecchio amico
che è stato reso rapidamente matto dall’esistenza di quella storia maledetta, che il Fato sembra
determinato a non fargli mai sentire, me lo riferirai ora”, gli dissi furiosamente. Sturtevant mi fissò
con eccitata sorpresa. “Bene”, disse “gli altri mi perdoneranno per pochi istanti, penso”. Siediti qui e
l’avrai. L’ho trovata incollata in un vecchio album che ho acquistato in Ann Street, per tre centesimi
e non vi è niente in essa che lasci supporre in quale pubblicazione sia originariamente apparsa o
chi l’abbia scritta. Quando l’ho scoperta, ho iniziato per caso a leggerla e in un momento me ne
sono interessato. Prima di lasciarla, l’avevo letta molte volte, così da poterla ripetere quasi parola
per parola. Ha influito su di me stranamente, come se fossi venuto in contatto con qualche
personalità forte.
Sembra che ci sia un elemento personale nella storia che si applica a tutti coloro che la leggono.
Bene, dopo averla letta molte volte, ho iniziato a rifletterci sopra. Non potevo starmene in casa,
cosicché ho preso il cappotto ed il cappello e sono uscito. Devo avere percorso numerose miglia,
allegramente, senza rendermi conto che ero lo stesso uomo che solo poco tempo prima era in
preda ad un profondo sconforto. Quello fu il giorno in cui ci siamo incontrati qui, ti ricordi”. A quel
punto fummo interrotti da un messaggero in uniforme, che porse a Sturtevant un telegramma. Era
dal suo capo e richiedeva il suo servizio immediato in ufficio. Il dispaccio aveva già subito un’ora di
ritardo e non c’era altrimenti aiuto per esso; doveva andare immediatamente. “Che peccato!” disse
Sturtevant, sollevando e stendendo la sua mano.
“Ti dico cosa farò ora, vecchio mio. È improbabile che sarò assente più di un ora o due. Prendi la
mia chiave e attendimi nella mia stanza. Nello scrittoio vicino alla finestra troverai un vecchio album
legato in cuoio greggio. È stato fabbricato, ne sono certo, dall’autore della storia magica. Attendimi
nella mia stanza fino a quando non ritorni”.
Trovai il libro senza difficoltà. Era un oggetto manufatto caratteristico, coperto, come Sturtevant
aveva detto, di cuoio greggio e legato con cinghie di pelle. Le pagine formavano una strana combinazione

di carta gialla, pergamena e cartapecora fatta in casa. Trovai la storia, curiosamente
stampata nell’ultimo materiale menzionato: era d’altri tempi e strana. Evidentemente, lo stampante
l’aveva “posta” sotto la supervisione di uno scrittore. La fraseologia era una combinazione insolita di
manierismi dei secoli diciassettesimo e diciottesimo e l’interpolazione di corsivi e di maiuscole che
non poteva scaturire solo dal cervello del suo autore. Nel riprodurre la seguente storia, le peculiarità
di tipo, ecc. sono state eliminate, ma in tutto il resto è rimasta invariata.

La storia magica  di Autore ignoto

Giacché ho sviluppato dalla mia esperienza l’unico grande segreto del successo per tutte le
imprese terrene, ritengo saggio, ora che il numero dei miei giorni è quasi contato, dare alle
generazioni che mi seguiranno il beneficio di qualunque conoscenza possieda. Non mi scuso per il
mio modo di esprimermi, né per la mancanza di merito letterario, quest’ultimo essendo, ne sono
consapevole, di sua propria giustificazione. Strumenti molto più pesanti della penna sono stati la
mia sorte, e peraltro il peso degli anni ha in qualche modo paralizzato la mano e la mente;
nondimeno, il fatto che posso raccontare, e ciò ch’io ritengo la polpa entro la noce. Cosa importa in
qual modo sia rotto il guscio, sicché la polpa ottenuta sia resa utile? Non dubito che utilizzerò, nel
raccontare, espressioni che si sono ancorate alla mia memoria fin dall’infanzia; giacché, quando gli
uomini raggiungono il numero dei miei anni, gli avvenimenti della gioventù appaiono essere più
chiari alle loro percezioni di quanto siano gli eventi di data recente; né importa molto come un
pensiero venga espresso, se è sano, utile, e trova comprensione.
Molto mi sono arrovellato riguardo al come sia meglio descrivere questa ricetta per il successo che
ho scoperto e mi è sembrato consigliabile offrirvela come sovvenne a me; credo sarà pienamente
percepita se racconto anche un po’ della storia della mia vita, i miei sforzi per procurarmi il denaro e
per guarnire il condimento del piatto. Sia come sia; e che uomini possano nascere in generazioni
dopo che sarò polvere, che vivranno per benedirmi per le parole che ora scrivo.
***
Mio padre, quindi, era un marinaio il quale, ancor giovane, abbandonò la sua vocazione per mettere
su una piantagione nella colonia di Virginia, dove, alcuni anni in seguito, nacqui io, evento che ebbe
luogo nell’anno 1642, oltre cent’anni fa. Meglio sarebbe stato per mio padre se avesse ascoltato
attentamente il saggio consiglio di mia madre, di rimanere nel mestiere della sua istruzione; ma non
fu così e il buon vascello che egli capitanava fu scambiato con la terra di cui ho parlato. Qui inizia
la prima lezione da acquisire:
L’uomo non dev’esser cieco ad alcun pregio esista nelle possibilità quali ha disponibili, ricordando
che mille promesse per il futuro non devono pesare per nulla contro il possesso di un singolo pezzo
di argento.
Quando raggiunsi i dieci anni, l’anima di mia madre prese il volo e due anni dopo il mio onorevole
padre la seguì. Essendo il loro unico generato, fui lasciato solo; purtuttavia, c’erano amici che, per
un tempo, ebbero cura di me; vale a dire, mi offrirono una alloggio sotto il loro tetto, cosa che
sfruttai per lo spazio di cinque mesi. Dalla proprietà di mio padre non venne a me nulla; ma, nella
saggezza che acquisii col passare degli anni, mi persuasi che il suo amico, sotto il cui tetto mi
avevo soffermato per qualche tempo, avesse defraudato prima lui e poi me.
D’allora all’età di dodici anni e mezzo e fino a quando non ne compii ventitré, non intendo qui
rendere alcun conto, giacché quel tempo non ha nulla a che fare con questo racconto; ma qualche
tempo dopo, avendo in mio possesso la somma di sedici ghinee, che avevo salvato dai frutti del mio
lavoro, con dieci, salpai nella città di Boston, dove iniziai a lavorare dapprima come bottaio e in
seguito come falegname della nave, benché sempre dopo che il vascello fosse in porto; giacché il
mare non rientrava tra le mie aspirazioni.
La Fortuna sorriderà talvolta su una vittima predestinata a causa di pura caparbietà di indole. Tale
fu una delle mie esperienze. Ebbi prosperità e a ventisette anni, possedevo il cantiere in cui, meno
di quattro anni prima, avevo lavorato da stipendiato. La fortuna, tuttavia, è una giada che deve
essere costretta e non coccolata. Qui inizia la seconda lezione da acquisire:
La sorte è sempre evasiva e può solo essere trattenuta per forza. Trattala con delicatezza e
t’abbandonerà per un uomo più forte. (In questo, ritengo, non è differente da altre donne di mia
conoscenza).
A quel tempo, il disastro (che è uno degli araldi degli spiriti rotti di dannata determinazione), mi
fece visita. Il fuoco devastò il mio cantiere, non lasciandomi nei suoi percorsi anneriti null’altro che
debiti, per un ammontare di cui non avevo di che rimborsare. Mi adoperai con fatica attraverso i
miei conoscenti, cercando assistenza per un nuovo inizio, ma il fuoco che aveva bruciato i miei
mezzi di sussistenza, sembrava aver consumato pure le loro simpatie. Cosicché accadde, entro
breve tempo, che non solo avevo perso tutto ma ero indebitato irrimediabilmente ad altri; e per
quello essi mi gettarono in prigione. Avrei potuto forse riprendermi dalle mie perdite ma non da
quest’ultimo oltraggio, che abbatté il mio spirito sì da deprimermi completamente. Rimasi detenuto
più di un anno all’interno della prigione e, quando ne uscii, non ero più lo stesso uomo pieno di
speranze e felice, contento per il suo e fiducioso nel mondo e nella gente, che era entrato là.
La vita ha molte vie, ed il maggior numero di esse porta verso il basso. Alcune sono ripide, altre
meno repentine; ma infine, a prescindere dall’inclinazione, arrivano alla stessa destinazione: il
fallimento. E qui inizia la terza lezione:
Il fallimento esiste solo nella tomba. L’uomo, da vivo, non ha ancora fallito; può sempre girare e
risalire per lo stesso percorso per cui è disceso; e può ben essercene uno che sia meno repentino
(quantunque di più lungo raggiungimento), e più adattabile alla sua condizione.
Quando uscii dalla prigione, ero al verde. Non possedevo nulla al mondo oltre i poveri indumenti
che mi ricoprivano ed un bastone da passeggio che il secondino mi aveva consentito di tenere,
giacché era senza valore. Essendo un operaio esperto, tuttavia, trovai velocemente impiego a un
buon salario; ma, avendo assaggiato dal frutto del terreno vantaggio, l’insoddisfazione prese
possesso di me. Diventai cupo e pessimista; per rallegrare il mio spirito e dimenticare le perdite che
avevo sostenuto, passavo le mie sere alla locanda. Non ch’io bevessi troppo liquore, escluso nelle
occasioni (perché sono sempre stato piuttosto moderato), ma quella dose con cui potevo ridere e
cantare, eludere lo spirito e scherzare coi miei compagni male in arnese; e qui potrebbe essere
incluso la quarta lezione:
Cercati compagni tra gli attivi, poiché quelli inattivi succhieranno le energie da te.
Fu mio piacere in quel momento di riportare, dietro leggera provocazione, il racconto dei miei
disastri ed inveire contro gli uomini che ritenevo mi avessero fatto torto, giacché essi non erano stati
in grado di venire in mio aiuto. Inoltre, trovai piacere infantile nel rubacchiare al mio datore di lavoro,
ogni giorno, alcuni momenti del tempo per cui egli mi pagava. Una cosa di tal fatta è meno onesta di
un furto franco.
Questa abitudine continuò e si accrebbe in me fino a quando il giorno sorse in cui mi ritrovai non
solo senza impiego, ma anche senza referenze, ciò che significava che non potevo sperare di
trovare lavoro con qualsiasi altro datore di lavoro in Boston.
Fu allora quindi che mi riguardai come un fallimento. Posso paragonare la mia condizione a quel
tempo per nulla dissimile a quella di un uomo che, scendendo il lato ripido di una montagna, perde il
suo appiglio. Più lontano scivola, più veloce cade. Ho sentito questa condizione pure descritta dalla
parola Ishmaelite, che capisco essere un uomo la cui mano è contro tutti ed il quale pensa che le
mani di ogni altro uomo siano contro lui; e qui inizia la quinta lezione:
L’Ishmaelite e il lebbroso sono i medesimi, poiché entrambi sono orrori alla vista di un uomo,
quantunque siano molto diversi, in quanto che il primo può essere ripristinato alla perfetta salute. Il
primo è completamente il risultato di immaginazione; l’ultimo ha il veleno nel suo sangue.
Non disserterò a lungo sulla degradazione graduale delle mie energie. È per non rimanere a
lungo sulle disgrazie (che parlarne è anche meritorio di ricordo). E’ abbastanza se aggiungo che
venne il giorno in cui non possedevo nulla con cui acquistare cibo e vestiario e mi sono trovato
simile a un povero, salvo per gli sporadici momenti in cui potevo guadagnare alcuni centesimi o
forse uno scellino. Non mi ero potuto assicurare un impiego stabile, cosicché divenni emaciato nel
corpo e null’altro che scheletro nello spirito.
La mia condizione, quindi, era deplorabile; non tanto per il corpo, sia detto, quanto per la parte
mentale di me, che era malata a morte. Nella mia immaginazione ritenevo me stesso bandito dal
mondo intero, perché ero affondato davvero molto basso; e qui inizia la sesta lezione e finale da
acquisire, (che non può essere detta in una frase, né in un paragrafo, ma deve essere per forza
adottato dal resto di questo racconto).
***
Ben ricordo il mio risveglio, avvenuto di notte, quando, in verità, mi risvegliai dal sonno. Il mio
letto era una pila di rasature nel retro del negozio di bottaio dove una volta avevo lavorato da
salariato; il mio tetto era una piramide di barili, sotto cui mi ero stabilito. La notte era gelida ed ero
raffreddato, quantunque, paradossalmente, stessi sognando di luce e calore e della realizzazione di
cose buone. Si dirà, quando riferisco l’effetto che la visione ebbe su di me, che la mia mente fosse
interessata. Sia pure così, affinché vi sia speranza che le menti di altri possano essere altrettanto
influenzate, che mi disposi all’intraprendere la fatica di questa scrittura. Fu il sogno che mi convertì
alla credenza − no, alla conoscenza − che fossi posseduto da due entità: e fu la mia parte di sé
migliore che mi procurò l’assistenza che avevo supplicato invano dalle mie conoscenze. Ho sentito
questa condizione descritta dalla parola “doppio”. Tuttavia, quella parola non comprende il mio
significato. Un doppio, può essere null’altro più di un doppio, neppure a metà essersi impossessato
di un’individualità. Ma non filosoferò, poiché la filosofia è null’altro che un insieme di indumenti per
la decorazione di una figura fittizia.
Per di più, non fu il sogno in sé a commuovermi; fu l’impressione fattami da esso e l’influenza
che esercitò su di me, a compiere il mio affrancamento. In una parola, quindi, incoraggiai io la mia
altra identità. Dopo avere faticato attraverso una tempesta di neve e di vento, scrutai in una finestra
e vidi che quell’altro esisteva. Era roseo e pieno di salute; vicino a lui, sul focolare, ardeva un fuoco
di ceppi; c’era potenza cosciente e forza nel suo contegno; era fisicamente e mentalmente in forma.
Bussai timidamente alla porta ed egli mi ordinò di entrare. Là lessi nei suoi occhi un sorriso di
sufficienza, non sgarbato, nell’indicarmi una sedia vicina al fuoco; ma non emise parola alcuna di
accoglienza; e, quando mi fui scaldato, tornai di nuovo nella tempesta, oppresso dalla vergogna che
il contrasto fra di noi mi aveva forzato. Fu allora che mi risvegliai; e qui viene la parte strana del mio
racconto, perché quando mi ridestai, non ero solo. C’era una Presenza con me; intangibile agli altri,
lo scoprii successivamente, ma reale a me.
La Presenza mi era simile nell’aspetto, tuttavia era singolarmente differente. Le sopracciglia, non
più alte delle mie, sembravano ancor più ampie e piene; gli occhi, chiari, diretti e pieni di scopo, arsi
di entusiasmo e risoluzione; le labbra, il mento, il contorno intero del viso e della figura erano
sempre dominanti e decisi.
Era calmo, fermo e fiducioso. Io stavo rannicchiato, pieno di tremito nervoso e terrificato da
ombre intangibili. Quando la Presenza si girò, la seguii e per tutto il giorno giammai la persi di vista,
salvo quando scomparse per del tempo oltre qualche vano di una porta dove non osai entrare; in
tali luoghi, aspettavo il suo ritorno con timore e trepidazione, perché non potevo evitare di
meravigliarmi dell’audacia della Presenza (così a me simile purtuttavia così diversa), nello osare
entrare dove i miei piedi provavano paura di farlo.
Sembrava anche come se di proposito mi conducesse nei posti e dagli uomini dove, e di fronte a
cui più temessi di apparire; in uffici dove una volta avevo trattato affari; davanti a uomini coi quali
avevo avuto rapporti finanziari. Per tutto il giorno cercai la Presenza, e alla sera la vidi scomparire
oltre i portali di un’osteria famosa per le sue vivande e la buona vita. Cercai la piramide di barili e di
rasature.
Quella notte non incontrai di nuovo nei miei sogni il Miglior Sé (è così come lo chiamai),
quantunque il momento in cui, per caso, mi destai dal sonno, mi era vicino, sempre recando quel
sorriso calmo di gentile sufficienza che non poteva essere scambiato per pietà, né per compassione
in nessuna forma. Il suo disprezzo mi punse dolorosamente.
Il secondo giorno fu non dissimile dal primo, essendo una ripetizione del precedente e fui
condannato di nuovo ad aspettare all’esterno durante le visite che la Presenza pagava a posti dove
volentieri sarei andato se avessi avuto il coraggio necessario. È la paura che esilia l’anima d’un
uomo dal suo corpo e lo rende una cosa da disdegnare. Molte volte tentavo di indirizzarlo ma
l’articolazione tintinnava nella mia gola, intelligibile; ed il giorno si chiuse come il precedente.
Questo accadde per molti giorni, uno di seguito ad un altro, fino a quando non smisi di contarli;
sebbene scopersi che la frequentazione costante con la Presenza produceva effetto su me; e una
notte quando mi risvegliai tra i barili e distinsi che era presente, mi feci ardito per parlarle,
quantunque con timidezza.
“Chi sei?” mi avventurai a chiedere; e fui sorpresi dalla retta impostazione dalla mia voce;
sembrò che la domanda desse piacere al mio compagno, sicché credetti ci fosse meno derisione
nel suo sorriso quando egli mi rispose.
“Sono chi sono”, fu la risposta. “sono colui che fu; sono colui che tu puoi essere di nuovo; perché
esiti? Sono colui che tu eri e che hai abbandonato per altra compagnia. Sono l’uomo fatto a
immagine di Dio, che un tempo possedeva il tuo corpo. Una volta rimanevamo insieme al suo
interno, non in armonia, ché mai può essere, né ancora in unità, ché ciò è impossibile, ma come
due inquilini in comune che raramente combattono per il possesso pieno. Allora eri una cosa
gracile, ma sei diventato egoista ed esigente fino a quando non potei più rimanere con te, è perciò
me ne sono andato. Ci sono un’Entità Maggiore e un’Entità Minore in ogni corpo umano che nasce
al mondo. Chi di questi è favorito dalla carne diventa dominante; l’altro è quindi indotto ad
abbandonare la sua abitazione, temporaneamente o per sempre. Io sono l’Entità Maggiore di te
stesso; tu sei l’Entità Minore. Io possiedo tutto; a te non nulla appartiene. Quel corpo che entrambi
abbiamo abitato è mio, ma è sporco e non rimarrò all’interno di esso. Puliscilo e ne riprenderò
possesso”.
“Perché mi segui?” domandai di seguito alla Presenza.
“Tu mi hai seguito, non io. Tu puoi esistere senza di me per un tempo, ma il percorso conduce al
basso e la fine è la morte. Ora che ti avvicini alla fine, rifletti se non è accorto ripulire la casa ed
invitarmi ad entrare. Segui passo per passo digressione, dal cervello alla volontà; puliscili della tua
presenza; solo a quella condizione io li occuperò di nuovo”.
“Il cervello ha perso la sua potenza”, vacillai “ la volontà è debole, ora; puoi ripararli?”
“Ascoltami!” disse la Presenza e mi sovrastava mentre mi rannicchiavo abiettamente ai suoi
piedi. “All’Entità Maggiore di un uomo, tutto è possibile. Il mondo gli appartiene, è sua proprietà. Egli
non teme nulla, di nulla si spaventa, non si arresta di fronte a nulla; non chiede alcun privilegio, ma
li ottiene; domina e non può acquattarsi; le sue richieste sono ordini; l’opposizione fugge al suo
avvicinarsi; livella le montagne, riempie le valli e viaggia su un piano regolare dove non è possibile
inciampare”.
Detto ciò, mi riaddormentai di nuovo e, quando mi ridestai, sembrava che fossi in un mondo
diverso. Il sole brillava e udivo gli uccelli cinguettare sopra la mia testa. Il mio corpo, ieri tremolante
e incerto, oggi era divenuto vigoroso e pieno di energia. Fissavo la piramide di barili sorpresi di cui
avevo fatto così a lungo uso come posto stabile ed ero con stupore consapevole che avessi
passato la notte sotto il suo riparo.
Gli eventi della notte mi sovvennero e cercai la Presenza accanto a me. Non era visibile, ma
dopo poco scoprii, che si ritraeva in un angolo lontano dal mio posto di riposo, una figura abietta
gracile che rabbrividiva, col viso distorto, deformato nell’aspetto, arruffato e sciatto all’apparenza.
Barcollava camminando, mi si avvicinava pietosamente; ma io risi ad alta voce, crudelmente. Forse
capivo che era l’Entità Minore e che l’Entità Maggiore era al mio interno; quantunque non me ne
resi conto allora. Inoltre, ero frettoloso di andarmene; non avevo tempo alcuno per filosofare. C’era
da fare molto per me; strano che non ci avessi pensato ieri. Ma ieri era andato, oggi era con me,
era appena iniziato.
Come era un tempo la mia abitudine giornaliera, voltai i miei passi in direzione della locanda,
dove precedentemente partecipavo ai pasti. Appena entrato salutai col capo allegramente e sorrisi
in riconoscimento dei saluti restituitimi. Uomini che mi avevano ignorato per mesi si inchinavano
cortesemente quando li passavo nella via di transito. Andai alla ritirata e da là alla tavola della
colazione; dopo, quando passai all’osteria, feci un momento di pausa e dissi al padrone di casa:
“Occuperò la stessa stanza che utilizzavo precedentemente, se per caso, l’ha ancora a
disposizione. Altrimenti mi contenterò anche di qualcos’altro, fino a quando non posso riaverla”.
Allora me andai di tutta fretta al negozio del bottaio. C’era un grosso carro nel cantiere e gli
uomini lo caricavano di barili per la spedizione. Non feci domanda alcuna, ma, afferrando i barili,
iniziai a lanciarli agli uomini che facevano funzionare in cima del carico. Quando questo fu
terminato, entrai nel negozio. C’era un banco libero; ne riconobbi il disuso dai rifiuti soprastanti. Era
lo stesso sul quale un tempo lavoravo. Togliendomi il cappotto, lo ripulii velocemente degli
impedimenti. Un momento dopo mi ero messo a sedere, con il mio piede sulla viceleva, radendo
bastoni.
Era un’ora più tardi quando l’operaio mastro entrò nella stanza e si fermò sorpreso alla mia vista;
c’era già una bella pila di bastoni pulitamente rasati accanto a me, perché in quei giorni ero un
operaio eccellente; là non vi era nessuno migliore, ma, ahimè ora, l’età mi ha privato della mia
esperienza. Risposi alla sua domanda inespressa con una frase breve ma completa: “Sono
ritornato per lavorare, signore”. Egli annuì col capo e andò avanti, esaminando il lavoro di altri
uomini, quantunque un poco guardasse con sospetto nella mia direzione.
Qua finisce la sesta e ultima lezione da acquisire, benché ci sia altro da dire, da quel momento
fui un uomo efficace ed a lungo possedetti un altro cantiere navale, e acquistai competenza piena di
merci terrene.
Ti prego lettore, bada bene ai seguenti ammonimenti, giacché da essi dipende la parola “successo”
e tutto ciò che essa implica:
Qualsiasi cosa desideri di buono è tua. Devi solo allungare la mano e prenderla.
Impara che la coscienza della potenza dominante dentro di te è il possesso di tutte le cose
raggiungibili.
Non aver tema di qualsiasi tipo o forma, poiché la paura è un attributo dell’Entità Minore.
Se hai esperienza, applicala; il mondo si deve giovare di essa e quindi, di te.
Fai dell’Entità Maggiore un compagno giornaliero e notturno; se badi al suo consiglio, è impossibile
che ti vada storto.
Rammenta, la filosofia è un argomento; il mondo, che è la tua proprietà, è un’accumulazione di
fatti.
Vai quindi, e fai ciò che senti all’interno di fare; non prestare alcuna attenzione ai gesti che ti
farebbero indietreggiare; non domandare alcuna autorizzazione umana a farlo.
L’Entità Minore richiede favori; l’Entità Maggiore li concede. La fortuna aspetta su ogni passo che tu
fai; afferrarla, legala, tienila, ché lei è tua; lei ti appartiene.
Inizia ora, con questi ammonimenti in mente.
Distendi fuori la mano, e afferra il positivo di cui forse non hai mai fatto uso, salvo in grandi
emergenze. La vita è l’emergenza più grave.
L’Entità Maggiore ti è ora accanto; pulisce la tua mente e rafforza la tua volontà. Ne prenderà
possesso. Aspettala entro di te.
Inizia stanotte; inizia ora questo nuovo viaggio.
Stai sempre sulla guardia. Qualunque entità ti controlli, l’altra indugia al lato; fai attenzione che il
male non entri, anche per un solo momento.
Il mio compito è assolto. Ho scritto la ricetta per il “successo”. Se seguita, non può fallire. Nel
momento in cui non potrebbe essere compreso completamente, l’Entità Maggiore di chiunque legga
fornirà il carente; e su quel mio Miglior Sé, rimetto l’aggravio di impartire alle generazioni a venire il
segreto di questo bene che tutto permea, il segreto di essere davvero ciò che hai dentro di te.

(FINE)

Frederic Van Rensselaer Dey

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Questa voce è stata pubblicata il 26 maggio 2009 da in Curiosità, Personaggi, Scrittori, Testi vari con tag , .
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